Profilo spirituale e virtù

Virtù teologali

Le virtù teologali – fede, speranza e carità nella vita di Madre Alfonsa Maria La chiave per comprendere la vita spirituale di Madre Alfonsa Maria sono le virtù teologali, che costituiscono il principio dinamico da cui si sviluppa la sua vita spirituale. Essa si distingue per i seguenti tratti:

  • Le virtù teologali sono strettamente collegate tra loro, nel senso che la fede, come la pratica la Serva di Dio, è strettamente unita alla speranza, e queste due virtù conducono immediatamente all'amore di Dio, che è come il loro compimento e si manifesta nelle opere che scaturiscono dall'amore del prossimo.
  • Si può dire che l'amore di Dio è il nucleo di tutte le altre virtù.
  • Queste virtù sono il fattore unificante della sua vita e la fonte della motivazione dei suoi sforzi.
  • Dalle preghiere e dalle confidenze della Serva di Dio risulta che queste virtù teologali le danno la coscienza di una specifica relazione personale con Dio e con Gesù Cristo. È consapevole della presenza di Dio e desidera l'unione intima con Dio e con Gesù Cristo.
  • La Serva di Dio si sforzò di vivere queste virtù in modo sempre più perfetto, e le sue condizioni erano tanto più esigenti in quanto fin dall'inizio visse l'ideale della completa dedizione a Dio in mezzo al suo ambiente. La sua volontà di amare Dio in modo sempre più perfetto ha il carattere di una nobiltà straordinaria.

Fede

L'anima dell'uomo – l'ardore di Madre Alfonsa Maria

Per la Serva di Dio Madre Alfonsa Maria non fu difficile accogliere la fede in Dio, né la considerava oggetto di dotte discussioni. La fede significava per lei entusiasmo per Dio, adesione di tutta una vita a Dio e al suo messaggio, adesione personale a Dio dal quale attendiamo la salvezza. Del tutto naturalmente si unisce nell'amore a Dio e a Gesù Cristo. La vita di fede vissuta dalla Serva di Dio fu molto potente, perché Elisabetta Eppinger nella prima tappa della sua vita fu condotta come una persona sulla quale Dio aveva posto la mano e che era chiamata a un'esperienza spirituale soprannaturale. Dal profondo dell'anima desiderava condurre una vita interamente consacrata alla preghiera e alla pratica perfetta delle virtù nella vita religiosa. Desiderava entrare in un ordine religioso. Dio però volle che vivesse questo ideale di perfezione dapprima nella cerchia dei suoi cari e all'interno della comunità parrocchiale. In modo misterioso la preparò alla fondazione di una congregazione dedicata alla cura dei malati, che rispondeva ai bisogni del suo tempo.

Fin dalla più tenera infanzia si manifestò nella Serva di Dio uno spirito di fede che alla sua età si può definire straordinario. Già a quattro anni ascoltava avidamente i discorsi su Dio e coglieva ogni occasione per farsi spiegare le verità religiose. A sei anni scrive nella sua autobiografia: «Avevo un desiderio penetrante di conoscere Dio. Che fossi sola o tra la gente, ero incessantemente occupata dal pensiero di Dio.» A sette anni: «Questo desiderio era così forte che mi causava perfino una sofferenza interiore.»

A dieci anni badava sempre a non dimenticare nulla di ciò che sentiva alle lezioni di religione. Si rallegrava sempre più di poter partecipare alle lezioni di religione. Il giorno della sua prima comunione pregò così: «Buon Gesù, ora ho rinnovato le promesse battesimali. Aiutami a osservare e a compiere tutto ciò che ci insegna il nostro pastore.» Lo spirito di fede si manifestava in lei in ogni situazione, per tutta la vita. Con la mente era rivolta a Dio; non le interessava nient'altro che le cose di Dio. Guardava tutto dal punto di vista di Dio.

Neppure nel tempo della malattia la sua fede si affievolì. Quando si ammalò la prima volta, provò aridità spirituale, ma nonostante ciò pregò con perseveranza. Quando guarì, nello spirito di fede ricevette grazie particolari che l'aiutarono a progredire nella vita spirituale e nella pratica delle virtù.

Durante un'altra malattia (1845-1849) il suo direttore spirituale si rese conto che la Serva di Dio era dotata di grazie divine davvero eccezionali. Ne parlò al vescovo, che si interessò molto a tutta la faccenda, perché era convinto che vi si dovesse vedere un intervento di Dio. La Serva di Dio però non si sentiva degna di tali grazie e non cercava in alcun modo di trarne gloria.

Quanto alla fondazione della congregazione, la Serva di Dio confidò al suo direttore spirituale di aver ricevuto dall'alto l'ispirazione di fondare una congregazione dedicata al servizio dei malati. Il parroco Reichard fu dapprima riservato, ma alla fine chiese l'approvazione del vescovo.

Quando Madre Alfonsa Maria fu superiora generale (1849-1867), si affidò con piena fiducia alla Provvidenza divina. Si verificarono molti eventi inattesi in cui Dio intervenne a favore della congregazione e aiutò il suo rapido sviluppo. La fiducia della Serva di Dio era immensa. Possiamo vederla nella costruzione della congregazione. Senza alcun aiuto umano si mise all'opera e attese tutto da Dio, il materiale come lo spirituale. Si sentiva misera e debole per tanta responsabilità, eppure si affidava unicamente alla grazia. Con santa audacia pregava Gesù: «Rifiuta quanto vuoi, io pregherò instancabilmente. Ti do ciò che desideri – dammi anche tu ciò che chiedo.» «O mio Gesù, guarda la mia miseria e la mia debolezza, non posso nulla senza il tuo aiuto. Accresci la mia fiducia filiale in te.»

«Mio caro Gesù, fallo tu stesso. Sai bene che io non posso nulla; è opera tua.» A tale fiducia esortava chiunque venisse da lei: soprattutto i molti visitatori che ne diedero testimonianza e che, lasciandola, lodavano la misericordia di Dio. Vi esortava anche le sue figlie, alle quali diceva: «Se Dio è stato tanto buono da chiamarci alla vita religiosa, non sarebbe offensivo verso di lui se non confidassimo in lui senza limiti in tutti i nostri bisogni? Rivolgetevi a lui in ogni situazione, senza la minima diffidenza.»

Fu soprattutto il suo stesso esempio a condurre le sue figlie a una fiducia senza limiti.

La devozione della Serva di Dio all'insegnamento della Chiesa cattolica era fervida e incrollabile. Proveniva da una famiglia circondata da protestanti, che dovette lottare per conservare la propria fede. Perciò era consapevole di quale fortuna fosse per lei essere cattolica.

«Quando durante la mia malattia (a 17 anni) mi visitarono alcuni protestanti, mi fecero pena, perché non vivono nella verità. Allora ringraziai il Signore di essere nata da genitori cattolici. Spesso dicevo: ‹Ah, che fortuna ho di essere figlia della vera Chiesa!›»

Con profondo interesse seguiva le lezioni di religione tenute dal parroco Reichard, in cui riponeva ogni fiducia. Il contenuto della sua fede corrispondeva a ciò che le veniva insegnato: Dio e la Provvidenza divina; Gesù Cristo, che ci ha salvati con la sua morte in croce; la Vergine Maria; i santi; i sacramenti, soprattutto l'Eucaristia; l'uomo destinato alle cose soprannaturali; la gravità del peccato e la perfezione delle virtù.

La Serva di Dio aveva una grande venerazione per la Santissima Trinità. Nel corso della giornata ripeteva spesso la dossologia: «Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.»

Poiché fin dalla più tenera infanzia ascoltava avidamente i discorsi sulle cose di Dio, si rivolgeva direttamente a Dio per chiedere consiglio, aiuto e protezione. Lo faceva quando cercava la via giusta, quando provava sconforto, o quando sentiva il bisogno di ringraziare Dio per le grazie ricevute.

«O buon Dio, fa' che anch'io diventi devota come queste persone e che impari a pregare con il loro stesso fervore.» «Voglio amarti, ti amerò e voglio compiere solo la tua volontà!» «Mio divino Sposo, guarda come ti desidero. Impadronisciti interamente del mio cuore e mostrami come posso unirmi a te ancora più intimamente.»

Nella vita spirituale della Serva di Dio Gesù Cristo occupava il posto centrale. Già a cinque anni si commuoveva profondamente quando davanti a lei si parlava della Passione di Cristo. Quando aveva dieci anni e il parroco Reichard raccontò loro a scuola della sofferenza di Gesù sulla croce, ciò la segnò per tutta la vita.

«Quelle parole mi impressionarono così fortemente che tremavo in tutto il corpo. Non distoglievo lo sguardo dal signor parroco e mi sembrava di vedere in lui l'immagine del Salvatore sofferente.»

Come ella stessa riferisce, nessun'altra dottrina le piaceva tanto quanto il tema della Passione, perché vi vedeva l'amore di Gesù per noi. Dai dieci anni aveva l'abitudine di seguire durante la santa Messa la Passione del Signore. A volte ne era così colpita che tutto il suo corpo tremava. Cercava la solitudine per poter meditare meglio sulla Passione. Già da giovane cercava di incoraggiare a tale devozione anche le sue coetanee. Soprattutto però inculcò questa dottrina alle sue figlie e vi ritornava incessantemente. Per ordine di nostro Signore prescrisse alle sue figlie di meditare ogni giorno la sua Passione – se ne parla già nelle Prime Regole. La Serva di Dio mostrò loro un modo di meditare che era senza dubbio il suo.

Prendeva in mano il crocifisso e apriva il suo cuore all'azione della grazia, passando gradualmente da una piaga all'altra e ponendosi varie domande per rendersi conto della grandezza della sofferenza del Salvatore e del suo amore per noi. La sua anima era in quel momento toccata così profondamente che in un certo modo sentiva i dolori della Passione – diventavano i suoi propri dolori. Sentimenti di gratitudine, di pentimento e di amore la riempivano a volte per giorni interi.

«Le impressioni che raccoglieva sotto la croce non svanivano più dal suo cuore. In mezzo ai suoi doveri nella casa paterna e nei campi aveva costantemente davanti agli occhi Gesù crocifisso, Gesù sofferente, Gesù morente per i peccati del mondo.»

La Serva di Dio aveva una particolare devozione alla Vergine Maria. Già a tre anni imparò la preghiera dell'Ave Maria e la ripeteva come un ritornello. Da allora si rivolgeva alla Vergine Maria in ogni situazione.

«Nessuna dottrina mi piaceva tanto quanto l'insegnamento sulla Passione del Signore e sulla Vergine Maria», dice Elisabetta. Aveva allora otto anni. «Ave Maria, Madre di Dio, prega per me, povera bambina.»

La sua gioia più grande era ascoltare i discorsi sulla Vergine Maria. Temeva solo di non capire sempre bene ciò che sentiva su di lei. Quando aveva 14 anni, ripeteva continuamente la Salve Regina. Decise di imitare Maria in tutto, soprattutto nel suo silenzio e nella sua modestia.

«Continuamente mi rifugiavo sotto la protezione della buona Madre di Dio.»

Le affidò la sua verginità: «Per la potenza della tua santissima verginità e della tua immacolata concezione, o Vergine purissima, purifica il mio cuore e il mio corpo.» «O Maria, voglio imitarti, sì, lo voglio. Voglio imitare le tue virtù. O Maria, aiutami! O Maria, soccorrimi, anch'io voglio restare vergine, voglio imitare le tue virtù!»

Diffuse la devozione alla Vergine Maria attraverso la preghiera del rosario: dal parroco Reichard ottenne il permesso che nella chiesa parrocchiale ogni domenica e festa si recitasse il rosario in riparazione delle offese commesse contro Dio in quei giorni. Nelle sue estasi vedeva Maria come mediatrice e ricevette la conoscenza che tutti sarebbero stati salvati per mezzo di Maria e che la devozione verso di lei si sarebbe ancora rafforzata.

Dalla Vergine Maria riceveva certe indicazioni che, secondo le sue parole, erano sublimi e piene di consolazione.

La congregazione fondata dalla Serva di Dio fu consacrata al Cuore Divino di Gesù e al Cuore Immacolato della Vergine Maria. La Serva di Dio ebbe grande gioia quando il papa proclamò il dogma dell'Immacolata Concezione, che ella aveva predetto otto anni prima. In quel giorno il convento fu solennemente addobbato.

Tra gli altri santi la Serva di Dio nutriva una particolare venerazione per san Giuseppe, che considerava un protettore efficace nei momenti difficili che minacciavano l'esistenza della congregazione per mancanza di mezzi.

Grande venerazione aveva per santa Teresa d'Ávila, che pregava spesso «di ottenere per sua intercessione la grazia di amare Dio quanto lo amò santa Teresa, e di poter sopportare, come lei, la sofferenza corporale e spirituale che Dio si degnasse mandarle».

Pregava anche sant'Alfonso Maria de' Liguori, che riteneva una guida nelle questioni della vita spirituale e un intercessore per la congregazione.

Dopo la Vergine Maria aveva la più grande venerazione per san Luigi Gonzaga, di cui chiedeva più spesso l'intercessione. Prediligeva questo santo per la sua purezza evangelica.

Quanto ai sacramenti, la Serva di Dio manifestò sempre grande fervore verso il Santissimo Sacramento dell'altare. Fin dall'infanzia la chiesa la attirava molto. Passava lentamente davanti alla porta della chiesa ripetendo: «Sia lodato e benedetto il Santissimo Sacramento dell'altare.» Attendeva con desiderio la prima comunione: «O mio Gesù, quando verrà il momento in cui potrò riceverti? Ah, in quel momento cadrei a terra davanti a te e ti adorerei.» Dopo la prima comunione provò un desiderio così ardente di ricevere l'Eucaristia che chiese al suo confessore il permesso di accostarsi alla comunione ogni settimana. Con lo spirito era sempre presente al tabernacolo. Il parroco Reichard poté dire: «In mezzo ai suoi doveri si rappresentava vivissimamente l'altare, l'ostia, il calice e i sacri riti, si univa intimamente all'intenzione e alle preghiere del sacerdote e dei ministranti, e così ovunque si trovasse poteva ricevere spiritualmente la comunione, come se avesse partecipato di persona alla celebrazione della santa Messa.»

Durante la sua prima malattia «sentiva un ardente desiderio di ricevere più spesso la comunione come unico mezzo che potesse darle la forza di rinnegare se stessa e di rinunciare completamente alla propria volontà, per compiere unicamente la volontà di Dio», e il parroco glielo permise. Quando si riprese, considerò sempre una grazia nuova poter essere presente alla santa Messa e accostarsi alla comunione. La Serva di Dio pregava molto davanti al Santissimo Sacramento e vi esortava anche gli altri. Ella stessa trascorreva lunghe ore in adorazione.

Come superiora introdusse l'adorazione perpetua nelle comunità che avevano più di quaranta suore. Nelle comunità più piccole, o in quelle senza cappella, ogni suora doveva fare ogni giorno un'ora di adorazione. Alle sue figlie diceva: «Dovete avere anzitutto grande venerazione per il Santissimo Sacramento dell'altare. Anche quando siete in casa, dovete pensare che siete vicino a Gesù. Vi raccomando di non fare rumore. Soffro quando vedo con quale indifferenza e irriverenza le persone si comportano verso il Santissimo Sacramento dell'altare.»

La Serva di Dio eccelleva per la grande obbedienza alla Chiesa e osservava fedelmente le sue disposizioni. La sua venerazione per la Chiesa si manifestava nella venerazione per il suo capo visibile; pregava molto per l'allora papa Pio IX e gli offriva le sue sofferenze. Venerava i vescovi e nella vita personale come nel governo della congregazione si sottometteva in modo particolare al vescovo Räss. Stimava molto tutti i sacerdoti, perché in essi vedeva Dio stesso.

«A ogni sacerdote cadrei volentieri ai piedi, solo perché mi benedica.» Soprattutto però per tutta la vita manifestò venerazione e completa obbedienza al suo direttore spirituale: il parroco Reichard, che fu chiamato alla fondazione della Congregazione delle Figlie del Divino Redentore. Alle sue figlie inculcava l'obbedienza verso i ministri dell'altare. Nelle Prime Regole si legge: «In ogni caso devono restare sottomesse al parroco, che devono sempre considerare loro legittimo superiore spirituale, qualunque sia il suo modo di agire.»

La Serva di Dio riceveva molti sacerdoti che venivano a consultarla e molti di essi attestarono quanto i suoi consigli li avessero aiutati. Dei sacerdoti parlava con benevolenza, della loro dignità e delle loro virtù sacerdotali. Pregava molto per loro. Le sue preghiere erano molto fervide.

«Gesù, mio divino Sposo, guardali con sguardo misericordioso, non guardare le loro debolezze. O amore mio, ti basta una sola parola: accendi in loro il fuoco del tuo amore. Riempili di repulsione e di orrore per tutto ciò che è del mondo. Imprimi nel loro cuore la tua amara passione e fa' che abbandonino tutto ciò che non ti piace.» Per i vescovi offrì tutta la sua vita nella sofferenza.

Lo spirito di fede si manifestò in lei nella grande sofferenza che provava quando veniva a sapere della persecuzione della Chiesa a Roma, in Francia e in Svizzera, inoltre nel desiderio della conversione degli eretici e anche nello zelo ardente di ricondurre le anime smarrite nella Chiesa cattolica, specialmente i protestanti nelle sue vicinanze.

A questa intenzione offrì dapprima le sue preghiere e le sue sofferenze, più tardi mandò le sue figlie a conquistare anime soprattutto con la preghiera e con la pratica delle virtù cristiane e religiose. Dichiarò di essere pronta a versare il sangue e a dare la vita per la salvezza di coloro che non hanno la fede.

La Serva di Dio Madre Alfonsa Maria odiava il peccato e tutto ciò che si opponeva alla fede. Da scolara evitava i bambini che facevano discorsi brutti. Per questo piangeva e provava avversione per la scuola. Più tardi, quando una volta a cena fu testimone di una conversazione indecente, preferì restare digiuna; si alzò da tavola e andò nella sua stanza, dove pregò e pianse.

Nelle sue estasi vedeva i vizi generali e particolari con le loro varie cause. Quella vista le era dolorosa, anzi insopportabile.

Per tutta la cena pregò e pianse nella sua stanza, e poiché la cena si svolgeva nella stanza accanto, per sicurezza si tappò le orecchie, per non sentire attraverso il muro di che cosa parlassero. Le fu chiaramente mostrato come doveva riparare quei vizi.

«Guarda, figlia mia», le disse il Signore, «tutto questo devi ripararlo tu.» Sospirò e disse: «Ah, che pesante fardello! Sia fatta la tua volontà!»

In queste dolci gioie la rattristava già il solo pensiero della moltitudine delle offese rivolte contro Dio. A volte provava dubbio e scoraggiamento al pensiero che anche lei è una peccatrice che non merita la grazia di Dio. D'altra parte però, quando la Serva di Dio nelle sue visioni aiutava la conversione dei peccatori, provava grande gioia. Il parroco Reichard lo attesta: «Vide molte conversioni tra i nemici del cattolicesimo e tra gli scismatici e gli increduli, ai quali Dio manifestò la sua misericordia. In questa visione della misericordia e della potenza di Dio attingeva di nuovo grande consolazione.»

Come membro della confraternita del Cuore Divino di Gesù le stava a cuore riparare i peccati altrui con le sue preghiere e le sue opere di penitenza.

Al tramonto della vita conobbe prove particolarmente dolorose, che furono per lei un'occasione straordinaria di manifestare la virtù della fede. Per ragioni politiche, giuridiche ed economiche, infatti, le case di Würzburg, Vienna e Sopron divennero indipendenti. Queste prove gravarono duramente e crudelmente sulla fondatrice, ma Madre Alfonsa Maria si abbandonò interamente alla volontà di Dio.

Degli effetti benefici della fede la Serva di Dio voleva far parte a chiunque venisse da lei. Parlava in modo eccellente delle cose di Dio: dapprima alla sua famiglia, poi ai bambini e alle giovani di Niederbronn e più tardi ai numerosi visitatori che venivano da lei. Dio si servì di lei per la conversione di molti di loro. Uno degli scopi della sua opera era dare l'istruzione religiosa alle persone senza istruzione e ai bambini poveri. Accoglieva bambini poveri abbandonati e si prendeva cura di loro in modo che ricevessero la necessaria istruzione religiosa e potessero fare la prima comunione. Ella stessa li radunava, parlava loro di Dio e li conduceva alla preghiera.

Speranza

La certezza che la grazia di Dio supplirà a ogni mancanza nel suo cuore

Dalla prima giovinezza fino alla morte la Serva di Dio ebbe un unico scopo, un'unica meta: la ragione del suo essere e del suo agire fu sempre soltanto Dio, in cui confidava pienamente e senza riserve. Il parroco Busson chiese un giorno a Elisabetta malata: «In che cosa consiste secondo lei la più grande felicità in questo mondo, nella vita e dopo la morte?» Ella gli rispose: «Nell'avere soltanto Dio. Dio è tutto. Dove è Dio, là è la pienezza, e dove Dio non è, là è il nulla. Avere Dio in questo mondo è in fondo la stessa felicità che hanno i santi in cielo. Sulla terra non possiamo godere pienamente di Dio, ma ciò non significa che lo amiamo meno.»

In tutto si sforzava di compiere soltanto la volontà di Dio. Nel compierla riponeva tutta la sua fiducia in Dio, sia nelle questioni della vita in questo mondo sia in quelle della vita eterna. «O Gesù, in questi giorni inquieti devi aiutare la tua Chiesa. Solo tu puoi farlo e tu devi aiutarla. O Maria, non respingere questa preghiera. Si tratta pure dell'onore di tuo Figlio e della sua Chiesa.»

Incessantemente e con tutte le forze si sforza di condurvi anche tutti i peccatori. Il suo desiderio e la sua brama la spingono a una preghiera costante e fervida per la conversione dei peccatori.

La Serva di Dio Alfonsa Maria si rivolgeva a Dio fin dall'infanzia e gli presentava le sue richieste riguardanti la vita perfetta. Quando vedeva passare una religiosa, esprimeva nella preghiera il desiderio: «Signore Dio, concedimi la grazia di poterti un giorno servire come questa cara suora.»

Già da piccola ripeteva continuamente a Dio: «Voglio amarti. Buon Dio, tu certamente mi concederai la grazia di amarti.»

Consapevole della sua debolezza davanti a Dio, confessava la sua indegnità con queste parole: «O mio Dio, che cosa sono io, perché tu mi abbia visitata e abiti in me!»

Era però così commossa e penetrata dalla bontà e dalla misericordia del Salvatore del mondo che sperava fermamente che egli con la sua grazia avrebbe supplito a ciò che era imperfetto nel suo cuore.

La virtù della speranza si manifestò nettamente in diverse difficoltà.

Nel tempo dell'aridità che la Serva di Dio attraversò durante la sua prima malattia, la perseguitava il pensiero che tutti i suoi atti di devozione non avessero la qualità necessaria per essere meritori e che agli occhi di Dio fossero peccati. Riteneva di essere diventata oggetto di repulsione, di odio e di maledizione, e quindi di non avere più assicurata la salvezza. In tale terribile confusione si sforzava di avvicinarsi a Dio e diceva: «Anche se mi hai abbandonata, io non ti abbandonerò. Non voglio fare nulla che non ti piaccia.»

Sbattuta dai dubbi sulla bontà e sulla misericordia di Dio si rivolgeva a Gesù: «O mio Gesù, credo in te, confido in te e voglio amarti.» E con le parole esprimeva fede, speranza e carità.

Nella fondazione della congregazione provava spesso orrore per la propria miseria e debolezza. Il parroco Reichard scrive a questo proposito: «Era del tutto convinta che si deve rimettere tutto alla santa volontà di Dio, e nelle questioni dell'istituto si rifugiava nella preghiera presso il Cuore Divino, con il quale si consigliava di tutto. Attendeva costantemente l'aiuto di Dio, confidando nella sua misericordia.»

Questa fiducia la inculcava anche agli altri. Il parroco Reichard scrisse in una lettera al vescovo Räss: «Ha solo fiducia nella misericordia di Dio e inculca la stessa fiducia a chiunque parli con lei.»

Le istruzioni che dava alle sue figlie sono piene di esortazioni alla fiducia: «Tutta la vostra fiducia riposi nella misericordia di Dio e unicamente nei meriti di Gesù Cristo, nostro Divino Redentore.»

La fiducia in Dio nelle situazioni difficili è uno dei tratti principali della sua grande virtù. In tutte le difficoltà perseverò nella fiducia e nella preghiera. Fece perfino voto di cercare consolazione soltanto presso il suo divino Sposo.

«Mio Gesù», diceva, «voglio fare tutto ciò che mi chiedi, ma vieni sempre in mio aiuto con la tua grazia; in te ripongo la mia fiducia.»

Con la fiducia vinse gli attacchi manifesti del demonio.

La Serva di Dio stupiva l'ambiente con la sua pace e la sua serenità nonostante le difficoltà e i doveri che derivavano dalla sua posizione. Lo confermano molti testimoni. Il parroco Reichard scrisse: «La sofferenza causata dalla debolezza non turbò mai il suo ardore e la sua pace. Nulla la sconvolge, nulla può turbarla nemmeno per un breve istante. In ogni faccenda chiede l'aiuto di Dio e gli affida ogni cosa come sua. È seria e dignitosa; si nota sempre in lei una delicata serenità che attrae e incanta le persone.»

In uno dei suoi discorsi Madre Alfonsa disse: «Porterò questo pesante fardello finché il Signore Dio vorrà, perché l'ho preso su di me per obbedienza alla sua santa volontà.» Anche il parroco Busson attesta: «È sempre la stessa, nel suo comportamento non cambia nulla, ha sempre la stessa mitezza, affabilità, premura e prudenza, ha sempre lo stesso zelo. Vuole che ovunque si conservi lo spirito dell'istituto.»

Anche quando dovette sopportare varie tribolazioni – sofferenza corporale e spirituale, disprezzo e avversità –, la sua anima fu sempre serena e gioiosa. Come ella stessa disse: «Nella sofferenza mi ricordavo continuamente della promessa che avevo fatto a Dio fin dall'infanzia: che volevo conservare la purezza del cuore, che volevo raggiungere la santità e che in tutto volevo compiere la santa volontà di Dio. Nella sofferenza mi dicevo dunque: ‹Soffrirò volentieri, purché io ottenga questo.›»

Il parroco Reichard ne disse: «La sua sofferenza corporale è oltremodo dolorosa, ella però prova una tale gioia che, se fosse possibile liberarla da quella sofferenza, non lo permetterebbe.»

Nei discorsi alle sue figlie Madre Alfonsa disse: «La vostra sofferenza non dovrebbe rattristare né il vostro volto né i vostri pensieri. La sofferenza può rendere l'anima felice già in questo mondo. Ho conosciuto sofferenze di ogni genere. Posso assicurarvi che un'anima che sa abbandonarsi ad essa e accoglierla come la propria sorte è felice. Sì, felice. Non vorrà più vivere nemmeno un istante senza sofferenza.»

La speranza della Serva di Dio fioriva soprattutto quando riconosceva la volontà di Dio, qualunque essa fosse. Si lasciava trascinare da essa con piena fiducia che questa volontà, anche se alla natura umana sembrava dura, era pur tuttavia il bene più grande sia per lei stessa e per la sua opera sia per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

Dalla prima giovinezza fino alla morte la Serva di Dio Alfonsa Maria evitò tutto ciò che potesse sedurre i suoi sensi, si allontanò risolutamente dai falsi valori, disprezzò tutte le vanità del mondo e fissò lo sguardo unicamente su Gesù Cristo e sulla vita eterna. Già da piccola lasciava il gioco solo per pregare. A sette anni diceva che dai genitori non voleva alcun regalo, voleva soltanto diventare santa. A dodici anni germogliava nella sua anima il desiderio della vita religiosa e sentiva un forte bisogno di staccarsi completamente dal mondo: «Incessantemente pregavo il Signore Dio di preservarmi dal mondo.» Voleva proteggere le sue figlie da tutte le insidie del mondo: «Non troverete né consolazione né gioia in Dio finché le cercherete nel mondo. Portate l'abito religioso per mostrare al mondo che per esso siete morte. Guardatevi dai discorsi inutili e soprattutto da quelli che riguardano le cose del mondo.» Su questo tema potremmo citare ancora molte altre sue parole. Il motivo della disponibilità di Elisabetta a soffrire era la prospettiva della beatitudine eterna. Alle sue figlie diceva: «Come potremmo esitare se accettare la croce, se legarci a essa interamente per un certo tempo qui sulla terra, quando la ricompensa dev'essere la beatitudine eterna? Dio si prende cura di noi molto più di un padre per i suoi figli e con ben maggiore tenerezza di una madre, perciò non lamentiamoci mai se la sofferenza ci visita. Accogliamola con gioia e sottomissione, e così avremo la certezza di gustare una dolce pace e di acquistare grandi meriti per l'eternità. Quanto dolce e gradita sarà la morte per un'anima che si è unita incessantemente al suo divino Sposo! Figlie mie, ora nel servizio di Dio tutto è difficile – lo so per esperienza mia –, ma abbiate coraggio e pensate spesso alla vostra ultima ora. Per il vostro amore di Dio, il pensiero del cielo vi dia sempre coraggio. È così difficile mortificarsi per qualche anno, quando immaginate quell'infinita delizia che attende in cielo le anime mortificate? Figlie mie, questo è per noi il tempo delle battaglie, del lavoro e dei sacrifici. Crocifiggiamo l'uomo vecchio. Trasformarsi in un uomo nuovo è doloroso, ma quale consolazione e quale gloria ci attenderanno!»

La Serva di Dio chiamava alla speranza, soprattutto i sofferenti, i dubbiosi, i poveri e i peccatori. Proprio su di loro dirigeva tutto il suo amore. Molti visitatori attestarono che parlava loro della misericordia e della bontà di Dio con tale forza che li toccava nel profondo del cuore. Lo scopo della sua opera era infatti portare questa suprema speranza alle persone sul letto di morte e assicurare i malati e i morenti che Dio come Padre veglia su di loro. All'inizio della sua opera la Serva di Dio compì ella stessa le prime di queste opere di misericordia e portava a ogni sofferente parole colme di tanta consolazione da conquistare così anche tutti coloro che le stavano intorno.

Nella vita della Serva di Dio la virtù della speranza è strettamente legata alla fede: entrambe danno alla sua vita spirituale autenticità e fervore, il che la conduce alla completa dedizione a Dio. Dalla fede e dalla speranza la Serva di Dio attingeva la forza di amare Dio incondizionatamente.

Carità

L'amore di Dio – la ricerca incessante di Dio

La Serva di Dio manifestò fin dalla più tenera infanzia un grande amore per Dio. Questo amore cresceva continuamente nella sua anima, animava e riempiva tutte le sue parole, i suoi pensieri e le sue azioni. Era profondamente e ininterrottamente unita a Dio; nulla poteva distogliere la sua attenzione da Dio.

L'amore che la Serva di Dio visse verso Dio ha senza dubbio un carattere eccezionale. Con tutte le forze tendeva a un amore di Dio sempre più perfetto, per tutta la vita si sforzò di viverne e da questo amore di Dio si lasciò costantemente trasformare. A suo modo visse «eroicamente» secondo il comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze» (Dt 6,5; Mc 12,30).

L'amore del prossimo – l'amore di Dio, sorgente dell'amore del prossimo

Già da piccola ripeteva a Dio con dolce compiacimento: «Voglio amarti, ti amerò, voglio desiderare soltanto la tua santa volontà. Buon Dio, tu certamente mi concederai la grazia di amarti, di amare te solo e di compiere sempre e in tutto la tua santa volontà.»

Al tempo stesso sentiva in sé crescere il desiderio di «diventare santa». Quando aveva otto anni, temeva di non essere capace di amare Dio abbastanza e si poneva la domanda: «Mio Dio, sarò capace di amarti tutta la vita e di fare sempre ciò che ti piace?» Sulla base dei documenti conservati possiamo confermare che queste inclinazioni si svilupparono in lei mentre gradualmente maturava. I documenti attestano che nelle sue preghiere chiedeva spesso la grazia di evitare tutto ciò che potesse separarla da Dio. Quando attraversò un periodo di aridità particolarmente doloroso, le sembrava che Dio l'avesse abbandonata. Con abnegazione diceva però a Dio: «Anche se mi hai abbandonata, io non ti abbandonerò. Non voglio fare nulla che non ti piaccia. No, davvero non lo voglio.»

Nelle Prime Regole si trova la raccomandazione pressante di compiere tutto per amore di Dio, affinché non siamo come un cembalo che tintinna, come scrive l'apostolo Paolo.

Tutte le conversazioni della Serva di Dio riguardavano Dio. Non era possibile parlare con lei di altro che di Dio e del bene delle anime. Come ella stessa disse: «È per me una consolazione e una grazia indescrivibile non saper parlare di altro che delle cose che servono alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime.»

Fece voto di parlare con le persone solo delle cose di Dio o di cose che riguardano la salvezza delle anime. Padre Amhard, redentorista che le fece visita, dice che parlava delle cose di Dio con straordinaria facilità.

Un tratto marcato della spiritualità di Elisabetta Eppinger è l'amore per Gesù Cristo. Già nella più tenera infanzia dava a Gesù il primo posto. Quando qualcuno parlava della Passione, ascoltava sempre attentamente e poteva così approfondirla a poco a poco. Confidò che a quattro anni udì una conversazione sulla Passione di Cristo e che il pensiero della sofferenza che Gesù dovette subire la commosse a tal punto che scoppiò in lacrime. Il compiacimento nel Cristo crocifisso non la lasciò mai più, e nei momenti di più grande sofferenza stringeva in mano un piccolo crocifisso. Le lezioni di religione lasciarono in lei una profonda impressione. La frequente meditazione della sofferenza del Cristo crocifisso la condusse a vivere questo mistero ancor più profondamente. Bisogna dire anche che la parrocchiana Elisabetta, che partecipava con fervore alla celebrazione della liturgia, coltivava in sé questa devozione grazie ai riti della Settimana santa, alla via crucis o alla devozione al Cuore Divino.

È sorprendente che la giovane Elisabetta abbia sviluppato molto presto il senso del valore riparatore della sofferenza di Cristo; vi vedeva l'espressione dell'amore di Cristo per gli uomini e diceva ella stessa che Gesù è morto per riparare i peccati degli uomini e ottenere dal Padre suo il perdono dei peccati. Professava incessantemente la sua fede nel mistero della redenzione, che occupava un posto centrale nella sua meditazione e nella sua devozione.

Un altro tratto caratteristico della vita spirituale della Serva di Dio è il suo desiderio di unione intima con Cristo. Esprime questo atteggiamento in vari modi. Quando parla della preghiera, esprime il desiderio di stare davanti a Gesù e di magnificare e lodare tutto il giorno il suo nome.

Alla santa comunione le viene in mente questa supplica: «Mio amato Gesù, ora ti ho nel mio cuore. Ti ho desiderato così a lungo! Ora certamente rimarrai nel mio cuore. Guarda, mi dono interamente a te. Tu certamente ornerai il mio cuore delle virtù che ti sono più care. Non voglio mai più offenderti, perciò aiutami sempre, mio Gesù. Maria, Madre mia, vieni e aiutami ad adorare Gesù che ho appena ricevuto nel mio cuore.» Così esprimeva il senso della presenza di Cristo in lei e anche il desiderio che la sua presenza permanesse.

Si esprime anche in modo più mistico quando parla di Cristo come del divino Sposo: qui giungiamo già all'unione dell'amore. Nel periodo in cui viveva secondo il modello della verginità sotto la guida del parroco Reichard, poteva considerarsi una «vergine consacrata». Più tardi, divenuta membro della Congregazione del Santissimo Salvatore, poté farsi proprio il titolo di sposa di Cristo e chiamare con questo nome anche le altre suore della congregazione.

Nelle Prime Regole si afferma che Madre Alfonsa Maria è molto sensibile «all'amore misericordioso di Gesù, che guarisce i malati e ascolta attentamente le angustie di coloro che gridano a lui dal profondo della loro miseria».

E infine anche l'idea del «Cristo che vive in me», che si può leggere tra le righe in molti passi, è chiaramente espressa nelle Prime Regole: «Lo spirito delle figlie del Divino Redentore dev'essere lo spirito di Gesù Cristo e deve animare e riempire le suore della congregazione in tal misura che lo si possa vedere in tutte le loro azioni e parole. In una parola, occorre che possano dire con l'apostolo: ‹Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.›»

L'ardente amore di Elisabetta Eppinger per Dio si manifesta soprattutto nel suo entusiasmo per la preghiera e nel grande dono dell'orazione contemplativa. Già a quattro anni provava gioia nella preghiera; a sette anni pregava a lungo con le braccia distese; senza trascurare il lavoro, cercava ogni occasione per potersi ritirare in solitudine e pregare. «Mi sentivo fortemente attratta dalla preghiera interiore e da un'unione ininterrotta e intima con Dio» (a 12 anni). «Mi sforzavo di restare in conversazione ininterrotta con Dio per tutto il giorno» (a 17 anni).

Il parroco Reichard rende testimonianza: «Di notte si alzava dal letto, si inginocchiava e passava lunghe ore in preghiera.» Il parroco Reichard riferisce anche che dopo il primo periodo di malattia e di aridità prova una straordinaria facilità nel parlare con Gesù Cristo. Gli esprime apertamente i suoi sentimenti di amore e di dedizione. Gli chiede che cosa deve fare per piacergli. Gli confida tutte le tentazioni a cui è esposta nel mondo e tutte le minacce che affronta, ciò che la distrae nelle preghiere, e tutte le sue debolezze spirituali. Soprattutto però durante la terza malattia il Signore la elevò a un alto grado di orazione contemplativa e allo stato di estasi. Il parroco Reichard riferisce: «Le conversazioni con il suo divino Sposo sono ora così intime che, per quanto riguarda le cose esteriori, è come morta e insensibile. Prega soprattutto per la salvezza delle anime, e con tale compiacimento che dimentica completamente se stessa e non bada affatto alla sua sofferenza.»

Potremmo citare altre dichiarazioni del genere. La Serva di Dio parlava incessantemente della preghiera alle sue figlie: «Figlie mie, mi è stato dato di suscitare nei vostri cuori il gusto delle conversazioni intime con Dio. Adorare Dio e ringraziarlo continuamente – quale sublime attività! Quale indescrivibile beatitudine! Siete venute qui per vivere la vita di Gesù Cristo, una vita mortificata, crocifissa secondo il nostro Divino modello. Studiatelo incessantemente, meditatelo giorno e notte, per conformare a lui la vostra propria vita.»

La prima manifestazione dell'amore di Dio che vediamo nella Serva di Dio Alfonsa Maria fu la fuga dal peccato, quando aveva quattro anni.

«Se questo è peccato, non voglio più farlo, non voglio offendere il Signore Dio!»

Da quell'età comincia la sua lotta, che diventerà accanita; perseguita il peccato dentro di sé e attorno a sé: «Avevo un tale orrore del peccato che provavo repulsione verso le persone che bestemmiavano o commettevano qualche altro peccato.»

Il parroco Reichard ne dà testimonianza: «Ascoltava la bestemmia e la ribellione contro Dio, non riusciva a staccarsi da tali scene, bisognava costringerla con la forza a smettere. Soffriva molto alla vista di come gli uomini offendono Dio. Era continuamente spinta a pregare sospirando, ma nello stesso tempo sentiva nel cuore pace, contentezza e una fiducia filiale immensamente profonda verso Dio.»

La Serva di Dio non solo aveva orrore del peccato, ma si sforzava di evitare ogni imperfezione, soprattutto quando si trattava della preghiera e della ricezione dei sacramenti. Come ella stessa riferisce: «Mi rappresentavo la presenza di Gesù. Da quel momento cominciai a lottare seriamente contro le distrazioni durante la preghiera. Non osavo più guardarmi attorno, né inginocchiarmi con negligenza, né tenere le mani giunte con trascuratezza. Subito mi rappresentavo la presenza di Dio nell'infinita maestà.» Quando aveva dodici anni, sentì un forte desiderio di prepararsi bene alla prima comunione, perciò lottò contro la sua più grande imperfezione. Il parroco Reichard parla più tardi di quanto intensamente pregasse prima della comunione e che dopo era in profonda meditazione e di come Dio si facesse conoscere a lei in quel momento. Quando dava alle sue figlie indicazioni su come pregare bene e accostarsi alla comunione, raccomandava loro questo: prima della comunione la mortificazione, la lettura spirituale e soprattutto l'amore del prossimo.

«Guardatevi però dall'andare al banchetto del Signore se la vostra anima nutre volutamente sentimenti poco caritatevoli verso il prossimo.»

Chiede loro di prepararsi accuratamente a ricevere il sacramento della riconciliazione. Il suo insegnamento sulla meditazione e la lettura spirituale: «Non dobbiamo desiderare la conoscenza, ma attendere da Dio la grazia, l'aiuto, l'illuminazione. Dobbiamo avere sempre davanti agli occhi la gloria di Dio, la salvezza delle anime e la grazia di compiere alla lettera la sua santa volontà.»

Per piacere a Dio e provargli il suo amore, la Serva di Dio Alfonsa Maria compiva opere di mortificazione e di penitenza. A sette anni si privava a tavola di ciò che le piaceva. Verso i tredici anni sentì il bisogno della mortificazione corporale.

«Provavo un forte desiderio di esercitarmi in atti corporali di penitenza. Cominciai a inginocchiarmi per pregare su una superficie dura. Con le lacrime agli occhi dicevo: ‹O mio Gesù, dammi la grazia di non passare una sola ora del giorno senza amarti!›»

Si mortificava nel lavoro dei campi, pensava alle gocce del sangue del suo Salvatore e pregava intanto: «Mio Gesù, ora certamente mi darai ciò che ti chiedo; certamente mi farai conoscere ciò che devo fare per darti gioia e non rattristarti.»

A volte dormiva anche su un giaciglio duro. In tale mortificazione si sottometteva perfettamente al suo confessore. Si mortificava anche interiormente: «Nei pensieri cercavo piccole mortificazioni che potessi compiere durante il lavoro o andando al lavoro, con l'intenzione di ottenere da Dio la grazia di amarlo sempre di più.»

Alle sue figlie insegnava a praticare la mortificazione esteriore e interiore e ne era loro costantemente d'esempio.

La Serva di Dio desiderava l'umiliazione, le avversità e il disprezzo. Intendeva entrare in religione «per poter essere l'ultima di tutte».

«Mio Dio, permettimi di soffrire ancora di più, voglio soffrire insieme a te.»

Per tutta la vita dovette sopportare il disprezzo e varie avversità; dapprima per le sue estasi, poi per la sua opera, che veniva giudicata insensata e irrealizzabile. Sopportò tutto e non si lamentò mai.

«Guarda, figlia mia, quando un'anima si comporta così, le apro il mio cuore. Le faccio conoscere il mio amore per lei, le mostro il mio rapporto d'amore con lei e anche quanto sarebbe pericoloso per lei se le dessi ciò che si aspettava da me, e quanto le siano utili queste prove e avversità. La lascio penetrare nella mia sollecitudine e protezione paterna. Le do la conoscenza di se stessa.»

Padre Amhard, CSsR, poté dire di lei: «Aveva un grande desiderio dell'umiliazione e della croce.»

Di questo erano sempre segnati anche i suoi discorsi alle sue figlie: «Figlie mie, accogliete volentieri le umiliazioni sull'esempio degli apostoli, che si rallegravano di essere degni di sopportare il disprezzo e l'obbrobrio per il nome di Gesù Cristo.»

La Serva di Dio Madre Alfonsa Maria rafforzava il suo amore ardente con la devozione alla Passione di nostro Signore. Possiamo dire che già dai cinque anni la meditava incessantemente e che la sofferenza era un bisogno profondo e necessario della sua anima. Così cercava di accrescere il suo amore e insieme comprendeva sempre meglio l'infinità dell'amore di Gesù per noi, ciò che la portò a evitare a ogni costo il peccato con santo zelo e a mortificarsi. Dopo dure prove giunse infine al punto in cui desiderava la sofferenza come una grazia insigne e non poteva più vivere senza sofferenza. Su ispirazione dall'alto impose alle sue figlie il dovere di meditare ogni giorno la Passione di nostro Signore.

Ripeteva loro incessantemente che la sofferenza ben sopportata è il modo più sicuro di progredire nella santità.

«Non perdiamo mai di vista Gesù crocifisso», diceva: «quanto è dolce e gradito vivere e morire nelle piaghe di Gesù crocifisso.»

La Serva di Dio Madre Alfonsa Maria amava Maria in modo particolare. Fin dalla più tenera infanzia, a tre anni, si sentì toccata dalla tenerezza della Madre celeste e da allora affidò a Maria tutti i suoi bisogni. Desiderava giungere a Dio e a Gesù Cristo per mezzo di Maria. Le chiede soprattutto di conservarle l'anima nella purezza. Desidera imitare Maria in tutte le virtù, e con la loro pratica si sviluppa in lei questa purezza.

«Continuamente mi raccomandavo alla protezione della buona Madre di Dio.»

Da Maria si attende che le ottenga la grazia di seguire Gesù come sua sposa nella vita religiosa. Ha una grande devozione all'Immacolata Concezione.

«Ripetevo spesso questa preghiera: ‹Per la potenza della tua santa verginità e della tua immacolata concezione, Vergine purissima, purifica il mio cuore e il mio corpo.›»

Desiderava e sperava che Maria fosse sempre venerata e ancor più amata nel mondo cristiano.

«Tutto sarà salvato per mezzo di Maria», ripeteva. Voleva che le sue figlie pregassero e meditassero ogni giorno il rosario. La sua devozione però non si ferma a Maria: per mezzo della Vergine Maria la Serva di Dio vuole giungere a Dio e a Gesù Cristo, per vivere in unione con loro.

Il parroco Reichard, confessore della Serva di Dio, e il vescovo Räss, al quale sottometteva tutto il suo agire, attestarono la purezza della sua coscienza. Il parroco Reichard dice: «È vero che per quest'anima angelica, che in vita non fu assalita da un solo pensiero impuro, fu un vero tormento dover rivelare, sulla base di una rivelazione divina, i peccati contro la purezza a molte persone che venivano da lei.»

Il vescovo Räss riferisce: «Nulla mi permette di supporre che fosse riempita di uno spirito diverso da quello di Dio.»

Incessantemente chiamava alla glorificazione di Dio, e non solo i suoi cari e i numerosi visitatori ai quali parlava con grande fervore, ma anche tutte le anime per le quali pregava intensamente Dio.

«Mio amabile Gesù, abbi pietà di questa parrocchia. Fa' che tutti i parrocchiani riconoscano le grazie che hai loro concesso. Gesù, sii benigno soprattutto verso i genitori, illuminali perché si prendano più cura delle anime dei loro figli. Abbi pietà della gioventù, dona ai giovani un più grande amore per le virtù e la pietà, accendili del tuo amore. Il mio desiderio incessante e tutti i miei voti tendono a questo, che tutti gli uomini venerino il nome del Signore e che lo conoscano meglio.»

Era dotata di grazie straordinarie. Cadeva spesso in stato di estasi, e sempre dopo di essa e a volte anche durante era immersa in un'intensa preghiera e sentiva il desiderio di offrire un sacrificio per la causa che le era stata rivelata. Questo stato fu regolarmente constatato in lei dal parroco Reichard, fu esaminato più volte dalle autorità ecclesiastiche e sempre definito stato soprannaturale. Aveva il dono di leggere nei cuori umani e di svelare atti e pensieri segreti, per condurre quella persona alla conversione. Molte suore attestarono di averla vista in stato di estasi sollevata da terra.

La Serva di Dio manifestò la forza del suo amore in modo straordinario. Era così unita a Dio che nulla poteva staccarla da lui. La sua forza fisica a volte aumentava in circostanze che avrebbero dovuto al contrario indebolirla: le visite incessanti, la sofferenza corporale e spirituale, il poco cibo. Più deve soffrire, più crescono la sua fiducia e la sua pace. Con il permesso del parroco Reichard fece voti che adempì eroicamente. In tutta la sua vita non si può trovare un solo caso sulla base del quale si potrebbe concludere che non li abbia osservati con stretta fedeltà. La forza del suo amore si manifesta soprattutto nel fatto che iniziò un'opera interamente per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, senza alcun mezzo umano, e nonostante varie difficoltà la proseguì instancabilmente fino alla morte.

Eccelleva per la sua unione ininterrotta con Dio. Ne esistono molte testimonianze di persone che la conobbero. Ella stessa dichiarò: «Non passa un minuto senza che io abbia davanti agli occhi il mio divino Sposo e pensi a lui, e insieme gli chiedo sempre qualcosa.» Il parroco Reichard conferma: «La sua unione con il divino Sposo e le sue intime conversazioni con lui sono ininterrotte, durano anche durante i suoi doveri quotidiani.»

Il parroco Busson riferisce: «Era immersa in una profonda meditazione. Si occupava incessantemente di Dio, lo adorava e lo amava in ogni attività.»

Nelle Prime Regole si trova un passo che esprime il profondo pensiero di Madre Alfonsa Maria sul vero fondamento dell'amore del prossimo: «Perché compiamo un'opera buona con fervore e perché diventi meritoria agli occhi di Dio, dobbiamo compierla per amore di Dio. Senza questa intenzione tutto è vuoto e freddo, perché ogni motivo naturale che ci spinge a fare il bene è debole e non può portare meriti soprannaturali. ‹Se facessi il bene, ma mi mancasse la carità, sarei come bronzo che risuona e cembalo che tintinna›, come dice san Paolo (cfr. 1 Cor 13,1). E san Giovanni dice: ‹Chi non ama rimane nella morte› (1 Gv 3,14). L'amore che questi due apostoli descrivono come motivo del fare il bene non è solo l'amore del prossimo, ma insieme è l'amore di Dio. L'amore del prossimo e l'amore di Dio formano un tutt'uno; non si possono separare l'uno dall'altro. Il fondamento dell'amore del prossimo dev'essere sempre l'amore di Dio; il prossimo dobbiamo amarlo per amore di Dio.»

La Serva di Dio nutriva il suo amore del prossimo con un amore di Dio senza riserve. Pensava incessantemente a come poter contribuire alla salvezza del corpo e dell'anima per amore di Dio. Il desiderio di fare del bene al prossimo e di trasmettergli Dio, il Bene supremo, nacque in lei già nella più tenera infanzia e in vari modi si sforzò di realizzarlo per tutta la vita. Dichiarò che per la salvezza di una persona era pronta a sacrificare non solo tutti i beni terreni, ma perfino la propria vita, e a patire tutto ciò che Dio avesse permesso.

Ancor prima della fondazione della congregazione la Serva di Dio era membro del Terz'Ordine di san Francesco e membro della confraternita del Cuore Divino di Gesù. Il parroco Reichard introdusse anche il servizio della visita ai malati, al quale Elisabetta Eppinger partecipava attivamente nei periodi in cui le tornava la salute.

Già in giovane età le stava a cuore la santificazione del prossimo. Mostrò questo zelo già nell'infanzia e nell'adolescenza verso i suoi cari: verso i genitori e i fratelli, i domestici, i bambini con cui giocava, i compagni di scuola e gli amici. Cercava continuamente di condurli a fuggire il peccato, ad amare Dio e a praticare le virtù, e ciò nonostante le derisioni e le offese.

L'amore della Serva di Dio era rivolto soprattutto alla salvezza del prossimo. Pregava instancabilmente per i peccatori e si adoperava per la loro conversione. Diceva: «Per i peccatori provo una grande tenerezza; vedo in loro creature di Dio e oggetto del suo amore.»

Il parroco Reichard attesta: «Si sente continuamente attratta da una forza irresistibile verso Dio come suo Salvatore e ugualmente desidera incessantemente e con la stessa forza condurgli tutti i peccatori.»

Anche più tardi, durante il terzo periodo di malattia, continuò ad attenersi a questa intenzione, ricevendo per tutto il giorno una moltitudine di visitatori, senza badare alla stanchezza. Parlava loro soltanto di Dio e della santificazione della loro anima. Infine attizzò questo zelo, che ardeva nella sua anima, anche nelle sue figlie: «Nessuno sforzo, nessuna fatica e nessun sacrificio deve esservi gravoso quando lo richiede l'amore del prossimo.»

Nell'incontro con la Serva di Dio avvennero molte conversioni. Il parroco Reichard attesta: «Ognuno se ne andava da lei commosso fino alle lacrime.»

Il parroco Glöckler riferisce: «Fa un'impressione benefica e ognuno se ne va da lei profondamente toccato e prende propositi salutari per tutta la vita.»

Il parroco Busson descrive: «Intere folle di visitatori se ne andavano da lei con il cuore appagato. Alcuni sentivano consolazione nelle loro tribolazioni, altri erano pronti ad abbandonare un modo di vivere disordinato, altri ancora si rafforzavano nel fare il bene.»

Molte anime piene di angoscia, inquietudine, dubbi e tentazione si rivolgevano alla Serva di Dio e trovavano presso di lei luce, quiete e forza, e ne resero testimonianza. Diceva loro che in tali prove l'uomo non deve perdersi d'animo, ma deve elevare con fiducia il cuore a Dio e attendere l'aiuto solo da lui.

La Serva di Dio si dedicava all'istruzione delle persone senza istruzione e soprattutto dei bambini poveri moralmente trascurati. Ella stessa li radunava per poter parlare loro di Dio e insegnava loro a pregare, e tutto questo con grande ardore. Era uno degli scopi della sua opera: istruire tali bambini fino alla prima comunione.

Fin dall'inizio della congregazione la Serva di Dio accolse bambini poveri dei villaggi appartenenti alla parrocchia di Niederbronn. Questi bambini ricevevano ogni mattina la colazione e a mezzogiorno il pranzo. Il loro numero crebbe rapidamente: dopo il primo mese erano venticinque, alcuni mesi dopo già quarantadue. Alla maggior parte dei bambini fornì anche il vestiario.

Madre Alfonsa Maria voleva che le sue figlie accogliessero i bambini nelle loro case, dessero loro cibo e vestiario, vigilassero attentamente dal mattino alla sera sul loro comportamento e formassero il loro cuore alla virtù. Voleva che le giovani dai 14 ai 18 anni fossero strappate al pericolo dell'ozio e che le sue figlie insegnassero loro a lavorare. Molti consigli comunali resero omaggio al loro lavoro ben fatto.

La Serva di Dio rivolgeva il suo amore ai poveri e ai malati: per loro fondò la sua opera. Era molto sensibile ai loro bisogni e insegnava alle sue figlie come aiutarli. All'inizio prestava ella stessa loro aiuto, per dare esempio alle sue figlie. Voleva che tra i malati che cercano l'aiuto delle suore avessero la precedenza i poveri. I doni dei ricchi li distribuiva ai poveri, perché quei doni servissero all'avvicinamento e alla riconciliazione di tutti senza distinzione. Voleva che le sue figlie vedessero sempre nei poveri il Salvatore sofferente: «L'intenzione delle figlie del Divino Redentore dev'essere il servizio a Gesù Cristo, personalmente presente in ogni povero malato, ricordando le parole del Salvatore: ‹Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.›»

La Serva di Dio non favoriva nessuno e compiva opere di amore verso i più poveri e i più trascurati. Poiché ella stessa era cresciuta in condizioni povere, era malata e non aveva nulla di ciò che il mondo apprezza, aveva una profonda comprensione dei bisogni dei miseri ed era sensibile a ogni indigenza. Ogni forma di mancanza, spirituale, corporale o materiale, suscitava nel suo cuore compassione e la volontà di porvi rimedio.

Nella regione dove cattolici e protestanti vivevano fianco a fianco, si prendeva cura anche dei protestanti che le chiedevano aiuto, e prestava loro assistenza con dedizione e amore.

La Serva di Dio pregava molto per i morenti e per le anime del purgatorio. Sulla base di un'ispirazione del Signore raccomandò subito questa pratica anche alle sue figlie e stabilì nelle regole le preghiere quotidiane da recitare a questa intenzione.

Ebbe anche i suoi nemici e avversari, ma quando dovette sopportare un'ostilità aperta, non pronunciò mai parole né manifestò sentimenti contrari alla carità. In certe situazioni si opponeva solo con una tranquilla dichiarazione dei suoi doveri di superiora generale. Insegnava ciò che ella stessa praticava eroicamente: «Dobbiamo continuare a stimarli, anche se ci offendono e ci umiliano in vari modi: mostreremo loro ancor più bene che a coloro che riconoscono il nostro beneficio, ci mostrano rispetto e ci lodano. Finché non saremo decise a sopportare tutto dal prossimo e a non adirarci, non potremo raggiungere la perfezione.»

Il parroco Glöckler poté dire: «Madre Alfonsa era sempre serena e nelle avversità non si adirava nemmeno quando il dolore trafiggeva il suo cuore ferito e non riusciva più a sopportare l'odio manifestato.»

Madre Alfonsa mostrava alle sue figlie un amore operoso. Non si fermava né davanti alla stanchezza né davanti al malessere – poiché era costantemente malata – quando le accoglieva, le visitava o le incoraggiava. Dovevano perfino supplicarla di aver riguardo per la sua salute.

La Serva di Dio impiegava ogni sforzo perché attorno a lei regnassero pace e concordia. Quando dava istruzioni alle sue figlie, sottolineava molto l'amore fraterno. Fu il tema della sua prima istruzione, il che dimostra che era una delle sue principali preoccupazioni. Diceva: «Figlie mie, imparate a sopportarvi a vicenda in ogni circostanza. Se l'una manca verso l'altra, l'altra lo dimentichi subito e mostri alla prima ancor più amore del solito, così che colei che ha mancato non si accorga nemmeno di aver rattristato l'altra.»

Durante la dura prova causata dall'autonomia delle case di Würzburg, Vienna e Sopron, il parroco Reichard poté scrivere: «La venerabile madre si comportò sempre verso suor Teofila con grande indulgenza e bontà, anche quando dovette ammonirla.»

Dio destinò la sua serva a una grande opera di carità nell'ambito della santa Chiesa, ed ella rispose eroicamente alla volontà di Dio. Nonostante vivesse in intensa unione con Dio, dichiarò: «Non voglio entrare in un ordine di clausura, ma vivrei molto volentieri là dove potessi lavorare per la salvezza delle anime.»

Da quando conobbe i piani di Dio su di lei, non si lasciò fermare da alcun ostacolo umano. Esortava le sue figlie a manifestare un amore eroico donandosi per amore di Dio ai poveri e ai malati, senza badare alla fatica né alla stanchezza e senza badare nemmeno a se stesse, fino al sacrificio della propria vita. Ne sono testimonianza le lettere che scrisse loro quando le mandava a curare i malati colpiti dal colera.

Su questa base comprenderemo meglio il passo delle Prime Regole dove si definisce lo scopo dell'istituto: «L'istituto deve aiutare i poveri malati nella loro stessa abitazione, se ne hanno una, deve fornire e assicurare loro un cibo adatto, le medicine necessarie e la biancheria da letto e personale. L'assistenza dev'essere prestata anche ad altri afflitti che chiedano aiuto all'istituto. Soprattutto, l'istituto deve prendersi cura della salvezza delle anime dei poveri e dei malati. L'istituto deve accogliere i bambini poveri abbandonati e prendersi cura di loro finché non siano sufficientemente preparati per accostarsi alla prima comunione.»

Nacque così una congregazione che rispondeva ai bisogni urgenti del suo tempo e che nel giro di pochi anni si diffuse in modo incredibile.

Preghiamo per la sua canonizzazione

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È beata dal 2018. Perché sia dichiarata santa è necessario un miracolo per sua intercessione — e la preghiera di chi lo chiede.

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